Sabato, 21 Novembre 2009

Il danno e la beffa del PSE nei confronti dell’Italia

La mancato nomina di Massimo D’Alema a responsabile della politica estera europea rappresenta un’occasione mancata per il nostro paese.
Una volta tanto Governo e opposizione avevano fatto emergere un’idea di interesse nazionale al quale subordinare le piccole rivalità di provincia, ma purtroppo non è stato sufficiente.
La candidatura italiana di Massimo D’Alema è stata malamente gestita dai leader del Partito Socialista Europeo, a cominciare dall’improbabile presidente del Gruppo Socialista a Bruxelles, Martin Schulz, il quale ha fatto naufragare la candidatura con motivazioni ridicole ed offensive per il nostro paese, riuscendo pure maldestramente a denunciare il Governo italiano per un sostegno poco “fattivo” e affossando D’Alema solo perché all’opposizione nel suo paese.
Il PSE ha arrecato un danno all’Italia ed una beffa al Massimo D’Alema.
Anche dopo quest’ultima paradossale vicenda, credo che per il PD sia stato un grave errore aderire acriticamente al gruppo Socialista e per gli amici dell’ex Margherita, un doppio errore l’adesione al Gruppo Socialista e l’abbandono del Gruppo Liberale e Democratico.
Agli amici del PD ed in particolare a quanti provengono dall’esperienza della Margherita e che siedono nei banchi del PSE a Strasburgo, chiedo: per quanto tempo ancora potrete sopportare una simile convivenza?

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| Link | Scritto alle 02:20 da Gianni Vernetti

Sabato, 7 Novembre 2009

Perchè ho deciso di lasciare il Partito Democratico

Credo che il Partito Democratico sia qualcosa di molto diverso da ciò che avevamo pensato.
I 4 milioni di voti persi fra il 2008 e il 2009 sono stati il primo campanello d’allarme, peraltro ampiamente sottovalutato.

Oggi il PD occupa uno spazio politico angusto, raccoglie non più di un quarto del voto degli italiani e non riesce ad essere convincente per settori enormi della nostra società: giovani, lavoro autonomo, piccola e media impresa, commercio e artigianato, partite IVA, ceti urbani produttivi.
Il voto della Margherita è praticamente sfumato.

Il PD ha consolidato in questi due anni le proprie posizioni negli insediamenti tradizionali della sinistra (pubblico impiego, lavoro dipendente, scuola….) , senza riuscire però ad aprire un dialogo con settori ampi della società.
Avremmo dovuto costruire un partito di centrosinistra, innovativo, plurale, competitivo e invece ci siamo in breve tempo trovati in Europa con i socialisti e in Italia sempre più “collaterali” alle antiche “cinghie di trasmissione” fra partito, corpi sociali ed interessi economici.

In più, il PD non ha uno schema credibile di alleanze.
La sinistra radicale è stata travolta dalla sua inaffidabilità quando ha avuto l’occasione di governare; l’alleanza con Di Pietro ha già ridotto la credibilità di un PD spesso costretto a rincorrere un’agenda politica giustizialista e populista; con l’UDC si fatica a trovare intese nazionali

Alla luce di ciò è sempre più urgente tentare dunque di costruire una nuova offerta politica innovativa, democratica, liberale e popolare in grado di recuperare tutti i voti persi che furono della Margherita e anche molto di più
C’è un grande disagio in entrambe le coalizioni e credo che i tempi siano maturi per riprendere un cammino innovativo, lavorando assiduamente per costruire un bipolarismo più maturo ed europeo di quello odierno.

Oggi le due coalizioni sono inadeguate.
Da un lato il populismo sempre più radicale di Berlusconi e l’asse di ferro con Bossi, dall’altro un centro sinistra che ha smarrito la via: in Europa appiattito sui socialisti dopo aver rotto i ponti con la famiglia liberaldemocratica, in Italia con il giustizialismo e il populismo di Di Pietro.

Compio questa scelta oggi insieme ad amici che stimo come Francesco Rutelli ed a tanti altri,.
Sei mesi fa avrei già voluto fare la stessa scelta all’indomani della forzatura sulla collocazione europea del partito.
Sono perfettamente consapevole che questa non era e non è una materia in grado di affascinare le grandi masse popolari, ma ritengo quella decisione un fatto estremamente grave.
In un mondo sempre più interdipendente e globalizzato e soprattutto dopo il via al Trattato di Lisbona, il sistema di relazioni internazionali di un grande partito, non è un fatto secondario ma determina le caratteristiche e l’identità del partito stesso.
Il PD aveva una grande occasione in Europa: dimostrare come fosse possibile unire le migliori e diverse storie del riformismo europeo, costruendo un ponte fra la famiglia socialista e quella liberaldemocratica.
Così non è stato e si è scelto a maggioranza di approdare acriticamente nella famiglia socialista.
Cedo che sia stato un gravissimo errore, ancor più oggi che i partiti socialisti in Europa stanno collezionando una serie costante di sconfitte.

La mia esperienza internazionale di questi anni mi dice, infine, che le vecchie famiglie della politica internazionale non sono più strumenti adeguati per rispondere alle nuove sfide globali.
E i più grandi partiti democratici del mondo, peraltro oggi tutti al governo (cito solo quello americano, quello giapponese e il partito del Congresso indiano) non fanno certo parte dell’Internazionale Socialista.

Anche per questi motivi ho deciso di lasciare PD.
E la mia non è certo una scelta di disimpegno o di rinuncia. Anzi.
C’è molto da fare per affermare nella politica italiana i valori e le idee democratiche, liberali e riformiste che mi hanno ispirato in questi anni.
E’ questo è esattamente ciò che conto di fare.

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| Link | Scritto alle 20:23 da Gianni Vernetti

Venerdì, 18 Settembre 2009

L’Italia non se ne andrà dall’Afghanistan

Voglio esprimere il mio cordoglio ai familiari delle vittime dei nostri soldati caduti oggi in Afghanistan e la mia vicinanza alle migliaia di soldati italiani che, insieme agli alleati della Nato, operano in una difficile missione internazionale con l’obiettivo di combattere il terrorismo, sostenere le istituzioni democratiche afghane e contribuire allo sviluppo di quel martoriato Paese.
Non credano i terroristi di aver raggiunto alcun obiettivo. L’Italia non se ne andrà dall’Afghanistan, ma, oggi più che mai, il Paese deve essere unito per sostenere la missione militare italiana e per garantire ai nostri soldati gli strumenti tecnici per poter svolgere il proprio ruolo.
Senza sicurezza non ci può essere né sviluppo né democrazia: questo è il motivo per il quale la missione militare guidata dalla Nato, alla quale l’Italia partecipa con convinzione, durerà tutto il tempo necessario fino alla completa stabilizzazione del Paese

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| Link | Scritto alle 19:21 da Gianni Vernetti

Martedì, 7 Luglio 2009

Liberi Democratici. Il mio intervento su politica estera e diritti umani

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| Link | Scritto alle 13:50 da Gianni Vernetti

Giovedì, 18 Giugno 2009

Come favorire un cambio di regime in Iran

I fatti di queste ore ci dimostrano come in Iran sia ancora viva una forte opposizione democratica al regime oscurantista di Ahmaineajd.
Sono anni ormai che ogni sei mesi migliaia di giovani sfidano uno dei regimi peggiori del pianeta per chiedere libertà e democrazia.
Le democrazie occidentali protestano, spesso sottovoce, e le galere iraniane si riempiono di giovani, molti dei quali verranno poi torturati e uccisi nel disinteresse della comunità internazionale.
L’Europa e gli USA devono ora mettere in atto una politica coordinata finalizzata ad un cambio di regime in Iran.
Non servono bombe ma sostegno economico e politico alle tante opposizioni (studenti, minoranze etniche, islam moderato).
Servono poi sanzioni più dure estese anche ai prodotti petroliferi.
Il regime è oggi molto debole e un azione coordinata di sostegno all’opposizione interna e di ulteriore isolamento internazionale potrebbe favorire in tempi relativamente rapidi un cambio di regime.

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| Link | Scritto alle 21:39 da Gianni Vernetti

Lunedì, 8 Giugno 2009

Forse è meglio dire la verità….

Il Partito Democratico registra una pesante flessione a livello nazionale perdendo circa 4 milioni di voti rispetto alle politiche del 2008 e 2 milioni di voti dalle europee del 2004. Questo risultato dovrebbe evitare inutili analisi indulgenti e condurci ad una seria riflessione sulle strategie future e sulla linea politica
Per quel che riguarda l’Europa, il deludente risultato delle forze politiche di ispirazione socialista, che nei grandi Paesi europei non raggiungono il 20% dei consensi e registrano un crollo di voti particolarmente in Francia e Gran Bretagna, ci costringe a riaprire a tutto campo la riflessione sulle appartenenze politiche europee.
Il gruppo socialista europeo (PSE) perde tra i 25 e i 30 seggi, l’Alleanza dei Liberali e dei Democratici (ALDE) cresce tra i 5 e gli 8 seggi.
Se vogliamo salvare l’originalità del PD dobbiamo riprendere un cammino di unione delle forze riformiste sia di tradizione socialista sia di tradizione liberal democratica.

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| Link | Scritto alle 19:26 da Gianni Vernetti

Mercoledì, 4 Marzo 2009

Mandato di arresto per il dittatore sudanese Bashir

La decisione della Corte penale internazionale dell’Aia che ha accolto la richiesta del Procuratore Luis Moreno-Ocampo di emettere un mandato di arresto contro il dittatore sudanese Omar al Bashir rappresenta un fatto estremamente positivo e un precedente importante per il diritto internazionale
La Corte Penale ha riconosciuto Omar al Bashir colpevole di crimini di guerra e di reati contro l’umanità essendo il suo regime direttamente responsabile della morte di 300 mila abitanti del Darfur e di oltre 2 milioni di rifugiati. Ora la comunità internazionale deve mettere in atto tutte le azioni necessarie per interrompere la guerra in Darfur e porre fine ai massacri indiscriminati contro la popolazione civile. In tal senso va rafforzata la missione UNAMID (Nazioni Unite-Unione Africana) con nuove truppe e mezzi adeguati per proteggere i civili.
La comunità internazionale deve considerare anche la possibilità di realizzare nell’immediato futuro una ‘no fly zone’ sul Darfur che permetta di proteggere le popolazioni civili e che impedisca all’aviazione sudanese di bombardare i villaggi come è accaduto negli ultimi anni.
Con la decisione odierna la dottrina della ‘responsibility to protect’, il dovere della comunità internazionale di impedire genocidi e crimini contro l’umanità, ha compiuto un significativo passo in avanti.

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| Link | Scritto alle 19:44 da Gianni Vernetti

Venerdì, 21 Novembre 2008

Altro che PSE, facciamo i Democratici anche in Europa

In questi giorni si è riaperto il dibattito sulla collocazione europea del Partito Democratico a pochi mesi di distanza dal rinnovo del Parlamento Europeo.
Credo che ci siano 3 scenari possibili che vale la pena approfondire.
Il primo è il più difficile, ma anche più interessante: il Partito Democratico italiano si fa promotore di una iniziativa politica di superamento delle vecchie famiglie della politica europea ed internazionale con l’obiettivo di riunire, prima in Europa e poi tra le due sponde dell’atlantico, i riformisti di diversa tradizione.
L’obiettivo sarà quello di riunire la tradizione socialdemocratica con quella liberaldemocratica e con le tante esperienze di cattolicesimo democratico che non ritengono più accettabile la deriva populista e di destra del Partito Popolare Europeo
Tale progetto renderà più credibile anche il rapporto con i Democrats americani, che non aderiranno mai all’Internazionale Socialista e che non riterranno mai un interlocutore privilegiato e tantomeno esclusivo il Partito Socialista Europeo.
Con loro andrà poi costruita una nuova Alleanza Internazionale dei Democratici: un Forum internazionale più dinamico e meno rigido delle vecchie Internazionali in grado di costruire un’agenda comune fra i Democratici per affrontare le nuove sfide globali: dalla lotta al terrorismo, alla crisi economica e finanziaria mondiale, al raggiungimento degli obiettivi del millennio, ai cambiamenti climatici.
In tal senso l’iniziativa della “Alliance of Democrats” promossa un paio di anni fa, prima dalla Margherita e poi dal PDE (Partito Democratico Europeo), rappresenta un buon inizio con oltre 50 partiti rappresentanti delle esperienze Democrats più interessanti e molti dei quali non appartenenti a nessuna delle vecchie Internazionali: dal Partito del Congresso Indiano ai Democratici del Giappone; dai Democrats USA alla Democrazia Cristiana Cilena; dal Partito Democratico del Senegal a Kadima in israele, fino a molti partiti democratici delle nuove democrazie in Asia e Medio Oriente.
Tale azione potrà avere effetti benefici anche nel prossimo Parlamento Europeo: si dovrà ricercare una convergenza ed una maggioranza politica fra socialisti e liberaldemocratici, rompendo la tradizione consociativa del passato che vedeva convergere i due gruppi maggiori (socialisti e popolari) in semplici accordi di gestione e di spartizione degli incarichi in seno agli organismi del Parlamento (Presidenza, commissioni, ecc..).
Se il processo di integrazione europeo procederà con la ratifica del trattato di Lisbona, il Parlamento di Strasburgo diventerà sempre più un’assemblea legislativa nella quale sarà necessario costruire vere e proprie maggioranze politiche.
L’esperienza del PD italiano rappresenterà dunque un modello concreto, e già praticato in un grande paese europeo ,di convergenza fra le culture socialiste e quelle liberali e cattoliche progressiste.
Per avviare questo processo serve però coraggio, e la strada giusta non è l’adesione acritica ad un gruppo esistente e neanche la Federazione con il gruppo del PSE o dell’ALDE, bensì la promozione di un nuovo gruppo di “Democratici” in seno al Parlamento Europeo in grado progressivamente di attrarre le migliori esperienze del socialismo e della liberaldemocrazia europea.
E non possiamo, come fanno in molti, nasconderci dietro la scusa dei regolamenti europei o dei rischi di “nanismo”: se la sfida politica è “alta” ed esplicita, non è certo difficile raccogliere subito un primo nucleo di forze politiche provenienti da molti paesi UE.
In tal modo avvieremo un processo di naturale selezione fra “conservatori” e “innovatori” presenti sia nella famiglia socialista che in quella liberale e democratica.
In breve tempo il gruppo dei “Democratici” sarà il naturale interlocutore dei Democrats oltreoceano e rappresenterà l’evento politico più significativo in Europa con grandi capacità di attrazione e di espansione.
La seconda ipotesi è meno affascinante ma anch’essa percorribile: si tratta di un progetto meno ambizioso che ha principalmente come obiettivo la tutela dell’esperienza nazionale del Partito Democratico italiano e la creazione di un gruppo del PD diviso in due gruppi europei.
Gli eletti del PD italiano si dividono a Bruxelles in parte nel PSE e in parte nell’ALDE, inventando forme di coordinamento della delegazione nazionale al Parlamento Europeo.
Con un accordo fra PSE e ALDE, gli eletti del PD nei due gruppi potrebbero avere diverse strutture in comune (a cominciare da un ufficio stampa fino alla gestione di una parte dei fondi) ed i rispettivi capigruppo potrebbero partecipare alle riunioni dei Direttivi dell’altro gruppo.
In questo modo la delegazione italiana potrebbe svolgere una funzione di “ponte” fra i due gruppi politici, promuovendo molte iniziative unitarie, preparando il terreno per convergenze più evolute quando i tempi saranno più maturi.
A differenza della prima ipotesi, ritengo questa seconda meno affascinante, ma con il pregio di ridurre la conflittualità interna da qui alle Elezioni Europee ed alla successiva stagione congressuale, permettendo alle diverse componenti del PD di coltivare ancora il proprio sistema di relazioni internazionali senza eccessivi strappi.
Peraltro è già così nelle Assemblee parlamentari dell’OSCE e del Consiglio d’Europa e qualche giorno fa alla NATO i 6 deputati del PD si sono divisi 3 nell’ALDE (Marini, Bianco e il sottoscritto), 2 nei socialisti (Cabras e Fassino) ed 1 (Parisi) non ha aderito a nessun gruppo
Questa scelta confermerebbe l’anomalia del PD italiano sulla scena europea, tutelandone però l’originalità “nazionale”.
Il terzo scenario possibile consiste nella scelta da parte del PD di aderire al PSE o direttamente o in forma federata, come propone qualcuno. Per intanto, è utile chiarire che anche l’ipotesi della “federazione” non significa altro che un cambio “semantico” del PSE, forse con l’autonomia finanziaria del gruppo PD (come fu concessa ai conservatori britannici nel PPE), ma con un’appartenenza a tutti gli effetti al Gruppo Socialista.
Tale scelta, presumibilmente adottata a maggioranza, potrebbe avere effetti dirompenti sulla tenuta stessa del PD come soggetto politico unitario, riducendone la capacità attrattiva verso settori ampi dell’elettorato e sostanzialmente confinandolo in uno spazio politico più angusto di quello attuale.

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| Link | Scritto alle 10:28 da Gianni Vernetti

Giovedì, 20 Novembre 2008

Due buone notizie dalla Camera dei Deputati: votato all’unanimità il rinnovo delle missioni militari all’estero e anche all’unanimità l’OdG sul Darfur

Era da molto tempo che il Parlamento non esprimeva un voto unanime sulle missioni militari all’estero e questo fatto mi soddisfa in modo particolare.
Ho ancora in mente la fatica terribile che connotava, durante il governo Prodi, tutti i dibattiti sulle missioni militari all’estero: una dura opposizione all’interno della nostra coalizione da parte di Rifondazione Comunista, dei Comunisti Italiani e dei Verdi.
Per loro la missione in Afghanistan nata dopo l’11 settembre rappresentava un’illegale occupazione militare di quel paese e consideravano i nostri soldati truppe di occupazione al soldo dell’imperialismo americano.
Ricordo anche l’attegiamenteo spesso antioccidentale della Lega Nord e spesso l’atteggiamento irresponsabile di AN e Forza Italia pronti a non votare le missioni per meterci in difficoltà.
Il voto unanime di oggi rappresenta un fatto estremamente importante ed un segnale di maturità per il nostro Paese: il parlamento unito ha confermato l’impegno italiano in tutte le più importanti missioni militari in cui sono impegnati quasi 10.000 nostri soldati dall’Afghanistan al Kosovo, dal Libano alla Georgia.
Finalmente con il voto unanime della Camera, i nostri soldati possono sentire dietro di loro un Paese unito e non più diviso da polemiche strumentali e possono continuare la loro opera con maggiore serenità: combattere il terrorismo, difendere la democrazia e i diritti umani, svolgere un contributo determinante per la ricostruzione e lo sviluppo,contribuendo in modo determinante alla stabilità ed alla sicurezza internazionale.

Il secondo fatto positivo è rappresentato da voto, anch’esso unanime, sulla crisi del Darfur: L’ordine del giorno approvato “impegna il Governo reperire le risorse che consentano l’invio da parte dell’Italia di alcuni elicotteri, dotati delle caratteristiche necessarie per la perlustrazione dell’area in conflitto, quale contributo italiano alla missione UNAMID’.
Con l’approvazione di questo OdG si è compiuto oggi un primo e importante passo verso un impegno concreto del nostro Paese nei confronti del Darfur.
Grazie agli elicotteri a lungo raggio sarà possibile garantire maggiore sicurezza al contingente Onu-UA, e si potrà determinare una svolta nella gestione dell’intervento di peacekeeping finora fallimentare. Solo con l’equipaggiamento adeguato e il dispiegamento effettivo dei 26 mila caschi blu previsti dalla risoluzione 1769 sara’ possibile dar corso in modo efficace alla missione e fermare il genocidio in atto in Darfur che ha gia’ causato oltre 300 mila vittime e costretto alla fuga due milioni e mezzo di persone

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| Link | Scritto alle 00:46 da Gianni Vernetti

Mercoledì, 12 Novembre 2008

La politica estera del Presidente Obama

Barack Obama è diventato l’altra sera il 44mo Presidente degli Stati Uniti d’America e da qui al 20 di gennaio prenderà corpo la nuova politica estera dell’amministrazione americana.
Sono convinto che avremo un Presidente che si ispirerà alla tradizione democratica wilsoniana, promuovendo una forte proiezione esterna del paese, connotata da un nuovo ”internazionalismo liberale” nella politica estera, di sicurezza e difesa.
Potrebbero rimanerne delusi diversi fan di Obama, in particolare nella sinistra europea, che prevedono un’amministrazione Obama in rapido ritiro dall’Iraq, pacifista, esclusivamente “onusiana” e meno “invasiva” di quella precedente sui principali dossier internazionali.
Non sarà così e vi spiego perché il Presidente Obama ci sorprenderà.
Per prima cosa la nuova presidenza USA ricucirà e rilancerà i rapporti con l’Europa nella consapevolezza che sia necessaria una nuova partnership strategica fra USA ed Europa per affrontare insieme le nuove sfide globali: dalla crisi finanziaria alle questioni ancora tutte aperte della sicurezza internazionale.
Si inaugurerà dunque una stagione di maggiore collaborazione e cooperazione, ma anche di assunzione di nuove e comuni responsabilità.
Con l’amministrazione Obama le due sponde dell’atlantico si riavvicineranno e alla offerta di una nuova stagione di cooperazione, corrisponderà anche la richiesta, pressante, di assunzione di nuove responsabilità in particolare nella lotta al terrorismo e nella elaborazione di una comune strategia transatlantica di sicurezza e difesa.
L’Obama del secondo confronto con McCain alla Belmont University di Nashville, riprende tutta la tradizione democratica wilsoniana e interventista, quando parla di promozione della democrazia, di caccia senza quartiere a Bin Laden anche al di fuori dell’Afghanistan, di obbligo morale a non rispettare al sovranità di uno stato quando c’è il rischio di un genocidio.
L’Afghanistan sarà, in questo quadro, una delle priorità politiche della nuova amministrazione e agli alleati europei ed alla Nato verrà chiesto un incremento massiccio dello sforzo politico e militare.
La nuova amministrazione Usa sposterà 3 brigate dall’Iraq al sud dell’Afghanistan e aumenterà in modo considerevole il proprio investimenti nelle attività di ricostruzione e sviluppo di quel paese.
A noi europei verranno chiesti “More Funds, More Troops and Less Caveat”. Più risorse, perché l’impegno economico dell’occidente nello sviluppo dell’Afghanistan è pari a 1/12 delle risorse investite in questi 15 anni in Kosovo e a distanza di 7 anni dall’inizio dell’intervento militare la qualità dello sviluppo di quel paese è ancora in accettabilmente bassa.
Più truppe, perché la lunga transizione pakistana ha reso oltre il 40% del territorio di quel paese non controllato dallo stato, permettendo una significativa riorganizzazione militare e logistica della guerriglia talebana oggi insidiosa più che mai.
Non si chiamerà “Surge” per questioni “estetiche e di comunicazione” come mi ha ricordato pochi giorni fa a Washington Ellen Tauscher, Presidente della Commissione Forze Armate del Congresso, ma si tratterà nella sostanza di un significativo incremento della capacità militare dell’Alleanza nel paese, unito ad una più significativa azione nelle attività di formazione dell’esercito e della polizia afghana.
Meno Caveat, perché ad un’America più cooperativa con l’Europa si dovrà rispondere con una comune assunzione di doveri sul terreno, senza troppi distinguo fra il lavoro che deve compiere un soldato canadese, americano, francese o italiano.
E alla nuova sfida comune da lanciare in Afghanistan, sarà intrinsecamente legato il rilancio e il ridisegno della NATO che diventerà sempre più lo strumento politico e militare per stabilizzare le aree di crisi e affrontare le sfide comuni della sicurezza.
Durante l’amministrazione Obama, la NATO assumerà nuovamente un ruolo centrale nella politica estera americano. Cresceranno i Partenariati NATO nel Mediterraneo (con Israele e i paesi arabi moderati), in Asia (con l’India, il Giappone e la Corea del Sud); la Francia farà rientro nel comando militare sanando il vulnus antiamericano e sciovinista di De Gaulle; non si interromperà l’espansione ad Est, ma verrà ridefinità una politica non rinunciataria nei confronti della possibilità che le Ucraina e Georgia e tutti i paesi democratici che vorranno potranno un giorno far parte dell’Alleanza Atlantica.
Nei confronti della più assertiva Russia dell’era Putin/Medvedev , la nuova amministrazione Obama metterà in cantiere una strategia di lungo periodo fondata sulla combinazione di politiche innovative su energia, sicurezza e democrazia.
L’energia sarà una delle priorità della nuova amministrazione che su questo terreno sarà invece veramente dinamica e discontinua dalle due amministrazioni Bush e l’america diventerà leader mondiale dell’industria dell’energia rinnovabile, traducendo in una grande rivoluzione industriale, l’urlo di fine agosto allo stadio dei Denver Broncos: “Entro 10 anni saremo indipendenti dal petrolio di Russia e Medio Oriente”. La nuova politica energetica di Obama sarà però tutto meno che “eco-pacifista”, ma sarà invece costruita su un doppio binario: da una lato la leadership tecnologica e industriale nel settore delle energie rinnovabili e dall’altro una politica assertiva per ridurre le capacità di infuenza dei “petro-dictators”, vuoi che si chiamino Chavez, Putin o Ahmadinejad.
Le energie rinnovabili sono buone per combattere il riscaldamento globale ma anche per indebolire quei regimi che abusano delle risorse energetiche per aumentare la propria influenza geopolitica (chi si ricorda dell’ultimo inverno ucraino?)
Assisteremo quindi a tutto meno che ad una ritirata dal nuovo “Great Game” energetico che si sta giocando fra il Caucaso e l’Asia Centrale: da una lato la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, dall’altro il sostegno alle rotte alternative che possono permettere di far giungere gas e petrolio all’Europa e agli USA senza percorrere le aree di potenziale crisi geopolitica: accanto al gasdotto Baku-Tbilisi-Ceyan, verrà ripreso il progetto della TransCaspian Pipeline che unendo l’Azerbaijan con il Turkmenistan , permetterà alle risorse di gas dell’Asia Centrale di giungere in Europa bypassando la Russia.
Il dossier Iraq, scomparso dalla campagna elettorale grazie ai recenti successi ottenuti sul terreno, non scomparirà dal tavolo della presidenza Obama ma continuerà ad essere una priorità politica importante. Verrà chiuso entro l’anno l’accordo sullo status delle truppe USA e verrà definito un calendario per il ritiro entro il 2011, accanto alla scelta di mantenere in Iraq (sul modello tedesco ed europeo) alcune basi militari per ancora molti anni.
Aumenterà anche qui l’impegno della missione NATO (alla quale l’Italia partecipa) per la formazione dei quadri dell’esercito iracheno e noi europei non potremmo sottrarci ad una presenza maggiormente significativa.
Sull’Iran, Obama è stato in molti interventi di questa lunga campagna elettorale durissimo: ha affermato a più riprese che l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare e che i rischi di proliferazione nucleare connessi ad un Iran atomico sono inaccettabili. Obama tenterà dunque la carta di una forte diplomazia muscolare, insieme alla costruzione di una più forte coalizione politica di paesi arabi del Golfo (dall’Iraq all’Arabia Saudita, a Qatar, Bahrein, Kuwauit ed Emirati) per contenere il regime degli ayatollah e per favorire in ogni modo un accordo di pace fra Siria ed Israele.
Il debole e minoritario regime alawita di Bashar Assad ha oggi interessi crescenti ad un graduale distacco dall’Iran e vede sempre più Al Qaeda come una minaccia per la propria stabilità. Il primo segnale positivo in tal senso è stato rappresentato dalla protesta quasi sottovoce contro gli USA per il recente raid militare contro gruppi di Al Qaeda operanti nel nord della Siria al confine con l’Iraq.
Nelle idee degli strateghi democrats l’accordo con la Siria indebolirà strutturalmente Hamas ed Hezbollah aprendo così la strada all’accordo fra Israele e Autorità nazionale Palestinese
Infine l’amministrazione Obama riproporrà alla comunità internazionale il tema dell’ingerenza umanitaria in Darfur, rafforzando la missione Nazioni Unite/Unione Africana totalmente inefficace per fermare il genocidio della minoranza darfuriana per opera del regime sudanese.

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| Link | Scritto alle 01:01 da Gianni Vernetti


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