La politica estera del Presidente Obama
Barack Obama è diventato l’altra sera il 44mo Presidente degli Stati Uniti d’America e da qui al 20 di gennaio prenderà corpo la nuova politica estera dell’amministrazione americana.
Sono convinto che avremo un Presidente che si ispirerà alla tradizione democratica wilsoniana, promuovendo una forte proiezione esterna del paese, connotata da un nuovo ”internazionalismo liberale” nella politica estera, di sicurezza e difesa.
Potrebbero rimanerne delusi diversi fan di Obama, in particolare nella sinistra europea, che prevedono un’amministrazione Obama in rapido ritiro dall’Iraq, pacifista, esclusivamente “onusiana” e meno “invasiva” di quella precedente sui principali dossier internazionali.
Non sarà così e vi spiego perché il Presidente Obama ci sorprenderà.
Per prima cosa la nuova presidenza USA ricucirà e rilancerà i rapporti con l’Europa nella consapevolezza che sia necessaria una nuova partnership strategica fra USA ed Europa per affrontare insieme le nuove sfide globali: dalla crisi finanziaria alle questioni ancora tutte aperte della sicurezza internazionale.
Si inaugurerà dunque una stagione di maggiore collaborazione e cooperazione, ma anche di assunzione di nuove e comuni responsabilità.
Con l’amministrazione Obama le due sponde dell’atlantico si riavvicineranno e alla offerta di una nuova stagione di cooperazione, corrisponderà anche la richiesta, pressante, di assunzione di nuove responsabilità in particolare nella lotta al terrorismo e nella elaborazione di una comune strategia transatlantica di sicurezza e difesa.
L’Obama del secondo confronto con McCain alla Belmont University di Nashville, riprende tutta la tradizione democratica wilsoniana e interventista, quando parla di promozione della democrazia, di caccia senza quartiere a Bin Laden anche al di fuori dell’Afghanistan, di obbligo morale a non rispettare al sovranità di uno stato quando c’è il rischio di un genocidio.
L’Afghanistan sarà, in questo quadro, una delle priorità politiche della nuova amministrazione e agli alleati europei ed alla Nato verrà chiesto un incremento massiccio dello sforzo politico e militare.
La nuova amministrazione Usa sposterà 3 brigate dall’Iraq al sud dell’Afghanistan e aumenterà in modo considerevole il proprio investimenti nelle attività di ricostruzione e sviluppo di quel paese.
A noi europei verranno chiesti “More Funds, More Troops and Less Caveat”. Più risorse, perché l’impegno economico dell’occidente nello sviluppo dell’Afghanistan è pari a 1/12 delle risorse investite in questi 15 anni in Kosovo e a distanza di 7 anni dall’inizio dell’intervento militare la qualità dello sviluppo di quel paese è ancora in accettabilmente bassa.
Più truppe, perché la lunga transizione pakistana ha reso oltre il 40% del territorio di quel paese non controllato dallo stato, permettendo una significativa riorganizzazione militare e logistica della guerriglia talebana oggi insidiosa più che mai.
Non si chiamerà “Surge” per questioni “estetiche e di comunicazione” come mi ha ricordato pochi giorni fa a Washington Ellen Tauscher, Presidente della Commissione Forze Armate del Congresso, ma si tratterà nella sostanza di un significativo incremento della capacità militare dell’Alleanza nel paese, unito ad una più significativa azione nelle attività di formazione dell’esercito e della polizia afghana.
Meno Caveat, perché ad un’America più cooperativa con l’Europa si dovrà rispondere con una comune assunzione di doveri sul terreno, senza troppi distinguo fra il lavoro che deve compiere un soldato canadese, americano, francese o italiano.
E alla nuova sfida comune da lanciare in Afghanistan, sarà intrinsecamente legato il rilancio e il ridisegno della NATO che diventerà sempre più lo strumento politico e militare per stabilizzare le aree di crisi e affrontare le sfide comuni della sicurezza.
Durante l’amministrazione Obama, la NATO assumerà nuovamente un ruolo centrale nella politica estera americano. Cresceranno i Partenariati NATO nel Mediterraneo (con Israele e i paesi arabi moderati), in Asia (con l’India, il Giappone e la Corea del Sud); la Francia farà rientro nel comando militare sanando il vulnus antiamericano e sciovinista di De Gaulle; non si interromperà l’espansione ad Est, ma verrà ridefinità una politica non rinunciataria nei confronti della possibilità che le Ucraina e Georgia e tutti i paesi democratici che vorranno potranno un giorno far parte dell’Alleanza Atlantica.
Nei confronti della più assertiva Russia dell’era Putin/Medvedev , la nuova amministrazione Obama metterà in cantiere una strategia di lungo periodo fondata sulla combinazione di politiche innovative su energia, sicurezza e democrazia.
L’energia sarà una delle priorità della nuova amministrazione che su questo terreno sarà invece veramente dinamica e discontinua dalle due amministrazioni Bush e l’america diventerà leader mondiale dell’industria dell’energia rinnovabile, traducendo in una grande rivoluzione industriale, l’urlo di fine agosto allo stadio dei Denver Broncos: “Entro 10 anni saremo indipendenti dal petrolio di Russia e Medio Oriente”. La nuova politica energetica di Obama sarà però tutto meno che “eco-pacifista”, ma sarà invece costruita su un doppio binario: da una lato la leadership tecnologica e industriale nel settore delle energie rinnovabili e dall’altro una politica assertiva per ridurre le capacità di infuenza dei “petro-dictators”, vuoi che si chiamino Chavez, Putin o Ahmadinejad.
Le energie rinnovabili sono buone per combattere il riscaldamento globale ma anche per indebolire quei regimi che abusano delle risorse energetiche per aumentare la propria influenza geopolitica (chi si ricorda dell’ultimo inverno ucraino?)
Assisteremo quindi a tutto meno che ad una ritirata dal nuovo “Great Game” energetico che si sta giocando fra il Caucaso e l’Asia Centrale: da una lato la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, dall’altro il sostegno alle rotte alternative che possono permettere di far giungere gas e petrolio all’Europa e agli USA senza percorrere le aree di potenziale crisi geopolitica: accanto al gasdotto Baku-Tbilisi-Ceyan, verrà ripreso il progetto della TransCaspian Pipeline che unendo l’Azerbaijan con il Turkmenistan , permetterà alle risorse di gas dell’Asia Centrale di giungere in Europa bypassando la Russia.
Il dossier Iraq, scomparso dalla campagna elettorale grazie ai recenti successi ottenuti sul terreno, non scomparirà dal tavolo della presidenza Obama ma continuerà ad essere una priorità politica importante. Verrà chiuso entro l’anno l’accordo sullo status delle truppe USA e verrà definito un calendario per il ritiro entro il 2011, accanto alla scelta di mantenere in Iraq (sul modello tedesco ed europeo) alcune basi militari per ancora molti anni.
Aumenterà anche qui l’impegno della missione NATO (alla quale l’Italia partecipa) per la formazione dei quadri dell’esercito iracheno e noi europei non potremmo sottrarci ad una presenza maggiormente significativa.
Sull’Iran, Obama è stato in molti interventi di questa lunga campagna elettorale durissimo: ha affermato a più riprese che l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare e che i rischi di proliferazione nucleare connessi ad un Iran atomico sono inaccettabili. Obama tenterà dunque la carta di una forte diplomazia muscolare, insieme alla costruzione di una più forte coalizione politica di paesi arabi del Golfo (dall’Iraq all’Arabia Saudita, a Qatar, Bahrein, Kuwauit ed Emirati) per contenere il regime degli ayatollah e per favorire in ogni modo un accordo di pace fra Siria ed Israele.
Il debole e minoritario regime alawita di Bashar Assad ha oggi interessi crescenti ad un graduale distacco dall’Iran e vede sempre più Al Qaeda come una minaccia per la propria stabilità. Il primo segnale positivo in tal senso è stato rappresentato dalla protesta quasi sottovoce contro gli USA per il recente raid militare contro gruppi di Al Qaeda operanti nel nord della Siria al confine con l’Iraq.
Nelle idee degli strateghi democrats l’accordo con la Siria indebolirà strutturalmente Hamas ed Hezbollah aprendo così la strada all’accordo fra Israele e Autorità nazionale Palestinese
Infine l’amministrazione Obama riproporrà alla comunità internazionale il tema dell’ingerenza umanitaria in Darfur, rafforzando la missione Nazioni Unite/Unione Africana totalmente inefficace per fermare il genocidio della minoranza darfuriana per opera del regime sudanese.
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| Link | Scritto alle 01:01 da Gianni Vernetti

Andrea Griseri il 20 Nov 2008 alle 13:36 dice: 1
E pensare che ci eravamo illusi di avere un presidente un po’ meno americano! Scherzo naturalmente…..
ma in che cosa Obama segnerà una discontinuità con le precedenti amministrazioni? Non parlo solo di quella di Bush: il processo di finanziarizzazione spinta e occupazione solipsistica della scena internazionale era iniziato con la seconda amministrazione Clinton. E l’America latina? Si proseguirà con la logica del democraticissimo ( e benemerito per tantissimi aspetti!) Roosvelt che riferendosi a un caudillo locale ( credo si trattasse di un Somoza o di Batista poi cacciato ignominiosamente dai barbudos) disse “è un bastardo ma è il nostro bastardo”?per quanto tempo assisteremo ancora nel backyard a un così spudorato ( democratico o repubblicano) disprezzo dei grandi valori contenuti nella stessa costituzione americana?
Comunque la speranza è alta. Change. yes we can
Andrea Baglioni il 12 Gen 2009 alle 14:59 dice: 2
Onorevole Vernetti, mi rallegro vivamente nello scoprire che i principi sauditi, fra i maggiori finanziatori della laicità religiosa, autentici campioni dei diritti umani ma acerrimi nemici degli Stati Uniti e di Israele non possano venire annoverati annoverati fra quanti “abusano delle risorse energetiche per aumentare la propria influenza geopolitica”. E’l'onestà intellettuale che mi piace in un politico!