Venerdì, 21 Novembre 2008

Altro che PSE, facciamo i Democratici anche in Europa

In questi giorni si è riaperto il dibattito sulla collocazione europea del Partito Democratico a pochi mesi di distanza dal rinnovo del Parlamento Europeo.
Credo che ci siano 3 scenari possibili che vale la pena approfondire.
Il primo è il più difficile, ma anche più interessante: il Partito Democratico italiano si fa promotore di una iniziativa politica di superamento delle vecchie famiglie della politica europea ed internazionale con l’obiettivo di riunire, prima in Europa e poi tra le due sponde dell’atlantico, i riformisti di diversa tradizione.
L’obiettivo sarà quello di riunire la tradizione socialdemocratica con quella liberaldemocratica e con le tante esperienze di cattolicesimo democratico che non ritengono più accettabile la deriva populista e di destra del Partito Popolare Europeo
Tale progetto renderà più credibile anche il rapporto con i Democrats americani, che non aderiranno mai all’Internazionale Socialista e che non riterranno mai un interlocutore privilegiato e tantomeno esclusivo il Partito Socialista Europeo.
Con loro andrà poi costruita una nuova Alleanza Internazionale dei Democratici: un Forum internazionale più dinamico e meno rigido delle vecchie Internazionali in grado di costruire un’agenda comune fra i Democratici per affrontare le nuove sfide globali: dalla lotta al terrorismo, alla crisi economica e finanziaria mondiale, al raggiungimento degli obiettivi del millennio, ai cambiamenti climatici.
In tal senso l’iniziativa della “Alliance of Democrats” promossa un paio di anni fa, prima dalla Margherita e poi dal PDE (Partito Democratico Europeo), rappresenta un buon inizio con oltre 50 partiti rappresentanti delle esperienze Democrats più interessanti e molti dei quali non appartenenti a nessuna delle vecchie Internazionali: dal Partito del Congresso Indiano ai Democratici del Giappone; dai Democrats USA alla Democrazia Cristiana Cilena; dal Partito Democratico del Senegal a Kadima in israele, fino a molti partiti democratici delle nuove democrazie in Asia e Medio Oriente.
Tale azione potrà avere effetti benefici anche nel prossimo Parlamento Europeo: si dovrà ricercare una convergenza ed una maggioranza politica fra socialisti e liberaldemocratici, rompendo la tradizione consociativa del passato che vedeva convergere i due gruppi maggiori (socialisti e popolari) in semplici accordi di gestione e di spartizione degli incarichi in seno agli organismi del Parlamento (Presidenza, commissioni, ecc..).
Se il processo di integrazione europeo procederà con la ratifica del trattato di Lisbona, il Parlamento di Strasburgo diventerà sempre più un’assemblea legislativa nella quale sarà necessario costruire vere e proprie maggioranze politiche.
L’esperienza del PD italiano rappresenterà dunque un modello concreto, e già praticato in un grande paese europeo ,di convergenza fra le culture socialiste e quelle liberali e cattoliche progressiste.
Per avviare questo processo serve però coraggio, e la strada giusta non è l’adesione acritica ad un gruppo esistente e neanche la Federazione con il gruppo del PSE o dell’ALDE, bensì la promozione di un nuovo gruppo di “Democratici” in seno al Parlamento Europeo in grado progressivamente di attrarre le migliori esperienze del socialismo e della liberaldemocrazia europea.
E non possiamo, come fanno in molti, nasconderci dietro la scusa dei regolamenti europei o dei rischi di “nanismo”: se la sfida politica è “alta” ed esplicita, non è certo difficile raccogliere subito un primo nucleo di forze politiche provenienti da molti paesi UE.
In tal modo avvieremo un processo di naturale selezione fra “conservatori” e “innovatori” presenti sia nella famiglia socialista che in quella liberale e democratica.
In breve tempo il gruppo dei “Democratici” sarà il naturale interlocutore dei Democrats oltreoceano e rappresenterà l’evento politico più significativo in Europa con grandi capacità di attrazione e di espansione.
La seconda ipotesi è meno affascinante ma anch’essa percorribile: si tratta di un progetto meno ambizioso che ha principalmente come obiettivo la tutela dell’esperienza nazionale del Partito Democratico italiano e la creazione di un gruppo del PD diviso in due gruppi europei.
Gli eletti del PD italiano si dividono a Bruxelles in parte nel PSE e in parte nell’ALDE, inventando forme di coordinamento della delegazione nazionale al Parlamento Europeo.
Con un accordo fra PSE e ALDE, gli eletti del PD nei due gruppi potrebbero avere diverse strutture in comune (a cominciare da un ufficio stampa fino alla gestione di una parte dei fondi) ed i rispettivi capigruppo potrebbero partecipare alle riunioni dei Direttivi dell’altro gruppo.
In questo modo la delegazione italiana potrebbe svolgere una funzione di “ponte” fra i due gruppi politici, promuovendo molte iniziative unitarie, preparando il terreno per convergenze più evolute quando i tempi saranno più maturi.
A differenza della prima ipotesi, ritengo questa seconda meno affascinante, ma con il pregio di ridurre la conflittualità interna da qui alle Elezioni Europee ed alla successiva stagione congressuale, permettendo alle diverse componenti del PD di coltivare ancora il proprio sistema di relazioni internazionali senza eccessivi strappi.
Peraltro è già così nelle Assemblee parlamentari dell’OSCE e del Consiglio d’Europa e qualche giorno fa alla NATO i 6 deputati del PD si sono divisi 3 nell’ALDE (Marini, Bianco e il sottoscritto), 2 nei socialisti (Cabras e Fassino) ed 1 (Parisi) non ha aderito a nessun gruppo
Questa scelta confermerebbe l’anomalia del PD italiano sulla scena europea, tutelandone però l’originalità “nazionale”.
Il terzo scenario possibile consiste nella scelta da parte del PD di aderire al PSE o direttamente o in forma federata, come propone qualcuno. Per intanto, è utile chiarire che anche l’ipotesi della “federazione” non significa altro che un cambio “semantico” del PSE, forse con l’autonomia finanziaria del gruppo PD (come fu concessa ai conservatori britannici nel PPE), ma con un’appartenenza a tutti gli effetti al Gruppo Socialista.
Tale scelta, presumibilmente adottata a maggioranza, potrebbe avere effetti dirompenti sulla tenuta stessa del PD come soggetto politico unitario, riducendone la capacità attrattiva verso settori ampi dell’elettorato e sostanzialmente confinandolo in uno spazio politico più angusto di quello attuale.

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| Link | Scritto alle 10:28 da Gianni Vernetti

2 Commenti per ‘Altro che PSE, facciamo i Democratici anche in Europa’:

  1. Emanuela il 29 Nov 2008 alle 00:22 dice: 1

    Bravo Gianni, vedo che la notte ha portato consiglio. Auspico che tu ti faccia portatore dell’istanza, che arriva da esponenti di tutte le anime del pd, della compattezza da raggiungere con percorsi democratici di inclusione nelle scelte.

  2. Silvia il 4 Dic 2008 alle 21:58 dice: 2

    http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Compagni-Spa/2051360

    oh! Cos’è successo?

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