Due buone notizie dalla Camera dei Deputati: votato all’unanimità il rinnovo delle missioni militari all’estero e anche all’unanimità l’OdG sul Darfur
Era da molto tempo che il Parlamento non esprimeva un voto unanime sulle missioni militari all’estero e questo fatto mi soddisfa in modo particolare.
Ho ancora in mente la fatica terribile che connotava, durante il governo Prodi, tutti i dibattiti sulle missioni militari all’estero: una dura opposizione all’interno della nostra coalizione da parte di Rifondazione Comunista, dei Comunisti Italiani e dei Verdi.
Per loro la missione in Afghanistan nata dopo l’11 settembre rappresentava un’illegale occupazione militare di quel paese e consideravano i nostri soldati truppe di occupazione al soldo dell’imperialismo americano.
Ricordo anche l’attegiamenteo spesso antioccidentale della Lega Nord e spesso l’atteggiamento irresponsabile di AN e Forza Italia pronti a non votare le missioni per meterci in difficoltà.
Il voto unanime di oggi rappresenta un fatto estremamente importante ed un segnale di maturità per il nostro Paese: il parlamento unito ha confermato l’impegno italiano in tutte le più importanti missioni militari in cui sono impegnati quasi 10.000 nostri soldati dall’Afghanistan al Kosovo, dal Libano alla Georgia.
Finalmente con il voto unanime della Camera, i nostri soldati possono sentire dietro di loro un Paese unito e non più diviso da polemiche strumentali e possono continuare la loro opera con maggiore serenità: combattere il terrorismo, difendere la democrazia e i diritti umani, svolgere un contributo determinante per la ricostruzione e lo sviluppo,contribuendo in modo determinante alla stabilità ed alla sicurezza internazionale.
Il secondo fatto positivo è rappresentato da voto, anch’esso unanime, sulla crisi del Darfur: L’ordine del giorno approvato “impegna il Governo reperire le risorse che consentano l’invio da parte dell’Italia di alcuni elicotteri, dotati delle caratteristiche necessarie per la perlustrazione dell’area in conflitto, quale contributo italiano alla missione UNAMID’.
Con l’approvazione di questo OdG si è compiuto oggi un primo e importante passo verso un impegno concreto del nostro Paese nei confronti del Darfur.
Grazie agli elicotteri a lungo raggio sarà possibile garantire maggiore sicurezza al contingente Onu-UA, e si potrà determinare una svolta nella gestione dell’intervento di peacekeeping finora fallimentare. Solo con l’equipaggiamento adeguato e il dispiegamento effettivo dei 26 mila caschi blu previsti dalla risoluzione 1769 sara’ possibile dar corso in modo efficace alla missione e fermare il genocidio in atto in Darfur che ha gia’ causato oltre 300 mila vittime e costretto alla fuga due milioni e mezzo di persone
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| Link | Scritto alle 00:46 da Gianni Vernetti
La politica estera del Presidente Obama
Barack Obama è diventato l’altra sera il 44mo Presidente degli Stati Uniti d’America e da qui al 20 di gennaio prenderà corpo la nuova politica estera dell’amministrazione americana.
Sono convinto che avremo un Presidente che si ispirerà alla tradizione democratica wilsoniana, promuovendo una forte proiezione esterna del paese, connotata da un nuovo ”internazionalismo liberale” nella politica estera, di sicurezza e difesa.
Potrebbero rimanerne delusi diversi fan di Obama, in particolare nella sinistra europea, che prevedono un’amministrazione Obama in rapido ritiro dall’Iraq, pacifista, esclusivamente “onusiana” e meno “invasiva” di quella precedente sui principali dossier internazionali.
Non sarà così e vi spiego perché il Presidente Obama ci sorprenderà.
Per prima cosa la nuova presidenza USA ricucirà e rilancerà i rapporti con l’Europa nella consapevolezza che sia necessaria una nuova partnership strategica fra USA ed Europa per affrontare insieme le nuove sfide globali: dalla crisi finanziaria alle questioni ancora tutte aperte della sicurezza internazionale.
Si inaugurerà dunque una stagione di maggiore collaborazione e cooperazione, ma anche di assunzione di nuove e comuni responsabilità.
Con l’amministrazione Obama le due sponde dell’atlantico si riavvicineranno e alla offerta di una nuova stagione di cooperazione, corrisponderà anche la richiesta, pressante, di assunzione di nuove responsabilità in particolare nella lotta al terrorismo e nella elaborazione di una comune strategia transatlantica di sicurezza e difesa.
L’Obama del secondo confronto con McCain alla Belmont University di Nashville, riprende tutta la tradizione democratica wilsoniana e interventista, quando parla di promozione della democrazia, di caccia senza quartiere a Bin Laden anche al di fuori dell’Afghanistan, di obbligo morale a non rispettare al sovranità di uno stato quando c’è il rischio di un genocidio.
L’Afghanistan sarà, in questo quadro, una delle priorità politiche della nuova amministrazione e agli alleati europei ed alla Nato verrà chiesto un incremento massiccio dello sforzo politico e militare.
La nuova amministrazione Usa sposterà 3 brigate dall’Iraq al sud dell’Afghanistan e aumenterà in modo considerevole il proprio investimenti nelle attività di ricostruzione e sviluppo di quel paese.
A noi europei verranno chiesti “More Funds, More Troops and Less Caveat”. Più risorse, perché l’impegno economico dell’occidente nello sviluppo dell’Afghanistan è pari a 1/12 delle risorse investite in questi 15 anni in Kosovo e a distanza di 7 anni dall’inizio dell’intervento militare la qualità dello sviluppo di quel paese è ancora in accettabilmente bassa.
Più truppe, perché la lunga transizione pakistana ha reso oltre il 40% del territorio di quel paese non controllato dallo stato, permettendo una significativa riorganizzazione militare e logistica della guerriglia talebana oggi insidiosa più che mai.
Non si chiamerà “Surge” per questioni “estetiche e di comunicazione” come mi ha ricordato pochi giorni fa a Washington Ellen Tauscher, Presidente della Commissione Forze Armate del Congresso, ma si tratterà nella sostanza di un significativo incremento della capacità militare dell’Alleanza nel paese, unito ad una più significativa azione nelle attività di formazione dell’esercito e della polizia afghana.
Meno Caveat, perché ad un’America più cooperativa con l’Europa si dovrà rispondere con una comune assunzione di doveri sul terreno, senza troppi distinguo fra il lavoro che deve compiere un soldato canadese, americano, francese o italiano.
E alla nuova sfida comune da lanciare in Afghanistan, sarà intrinsecamente legato il rilancio e il ridisegno della NATO che diventerà sempre più lo strumento politico e militare per stabilizzare le aree di crisi e affrontare le sfide comuni della sicurezza.
Durante l’amministrazione Obama, la NATO assumerà nuovamente un ruolo centrale nella politica estera americano. Cresceranno i Partenariati NATO nel Mediterraneo (con Israele e i paesi arabi moderati), in Asia (con l’India, il Giappone e la Corea del Sud); la Francia farà rientro nel comando militare sanando il vulnus antiamericano e sciovinista di De Gaulle; non si interromperà l’espansione ad Est, ma verrà ridefinità una politica non rinunciataria nei confronti della possibilità che le Ucraina e Georgia e tutti i paesi democratici che vorranno potranno un giorno far parte dell’Alleanza Atlantica.
Nei confronti della più assertiva Russia dell’era Putin/Medvedev , la nuova amministrazione Obama metterà in cantiere una strategia di lungo periodo fondata sulla combinazione di politiche innovative su energia, sicurezza e democrazia.
L’energia sarà una delle priorità della nuova amministrazione che su questo terreno sarà invece veramente dinamica e discontinua dalle due amministrazioni Bush e l’america diventerà leader mondiale dell’industria dell’energia rinnovabile, traducendo in una grande rivoluzione industriale, l’urlo di fine agosto allo stadio dei Denver Broncos: “Entro 10 anni saremo indipendenti dal petrolio di Russia e Medio Oriente”. La nuova politica energetica di Obama sarà però tutto meno che “eco-pacifista”, ma sarà invece costruita su un doppio binario: da una lato la leadership tecnologica e industriale nel settore delle energie rinnovabili e dall’altro una politica assertiva per ridurre le capacità di infuenza dei “petro-dictators”, vuoi che si chiamino Chavez, Putin o Ahmadinejad.
Le energie rinnovabili sono buone per combattere il riscaldamento globale ma anche per indebolire quei regimi che abusano delle risorse energetiche per aumentare la propria influenza geopolitica (chi si ricorda dell’ultimo inverno ucraino?)
Assisteremo quindi a tutto meno che ad una ritirata dal nuovo “Great Game” energetico che si sta giocando fra il Caucaso e l’Asia Centrale: da una lato la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, dall’altro il sostegno alle rotte alternative che possono permettere di far giungere gas e petrolio all’Europa e agli USA senza percorrere le aree di potenziale crisi geopolitica: accanto al gasdotto Baku-Tbilisi-Ceyan, verrà ripreso il progetto della TransCaspian Pipeline che unendo l’Azerbaijan con il Turkmenistan , permetterà alle risorse di gas dell’Asia Centrale di giungere in Europa bypassando la Russia.
Il dossier Iraq, scomparso dalla campagna elettorale grazie ai recenti successi ottenuti sul terreno, non scomparirà dal tavolo della presidenza Obama ma continuerà ad essere una priorità politica importante. Verrà chiuso entro l’anno l’accordo sullo status delle truppe USA e verrà definito un calendario per il ritiro entro il 2011, accanto alla scelta di mantenere in Iraq (sul modello tedesco ed europeo) alcune basi militari per ancora molti anni.
Aumenterà anche qui l’impegno della missione NATO (alla quale l’Italia partecipa) per la formazione dei quadri dell’esercito iracheno e noi europei non potremmo sottrarci ad una presenza maggiormente significativa.
Sull’Iran, Obama è stato in molti interventi di questa lunga campagna elettorale durissimo: ha affermato a più riprese che l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare e che i rischi di proliferazione nucleare connessi ad un Iran atomico sono inaccettabili. Obama tenterà dunque la carta di una forte diplomazia muscolare, insieme alla costruzione di una più forte coalizione politica di paesi arabi del Golfo (dall’Iraq all’Arabia Saudita, a Qatar, Bahrein, Kuwauit ed Emirati) per contenere il regime degli ayatollah e per favorire in ogni modo un accordo di pace fra Siria ed Israele.
Il debole e minoritario regime alawita di Bashar Assad ha oggi interessi crescenti ad un graduale distacco dall’Iran e vede sempre più Al Qaeda come una minaccia per la propria stabilità. Il primo segnale positivo in tal senso è stato rappresentato dalla protesta quasi sottovoce contro gli USA per il recente raid militare contro gruppi di Al Qaeda operanti nel nord della Siria al confine con l’Iraq.
Nelle idee degli strateghi democrats l’accordo con la Siria indebolirà strutturalmente Hamas ed Hezbollah aprendo così la strada all’accordo fra Israele e Autorità nazionale Palestinese
Infine l’amministrazione Obama riproporrà alla comunità internazionale il tema dell’ingerenza umanitaria in Darfur, rafforzando la missione Nazioni Unite/Unione Africana totalmente inefficace per fermare il genocidio della minoranza darfuriana per opera del regime sudanese.
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| Link | Scritto alle 01:01 da Gianni Vernetti
Il Coraggio delle Riforme
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| Link | Scritto alle 12:23 da Gianni Vernetti
Facebook?
Non mi convince. In molti mi hanno detto “perchè non ci sei?” e io da vero conformista ci sono andato…..Vedremo?
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| Link | Scritto alle 23:27 da Gianni Vernetti
L’intervento conclusivo di Barack Obama a Denver
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| Link | Scritto alle 17:11 da Gianni Vernetti
Ahmadinejad è persona non grata in Italia

Il dittatore iraniano Mahmod Ahmadinejad arriva oggi oggi a Roma per partecipare alla conferenza della FAO sulla sicurezza alimentare.
Non vedrà Benedetto XVI e non vedrà nessun esponente del Governo italiano.
Martedi 3 giugno alle 20 in P.za del Campidoglio ci sarà una manifestazione promossa dal Riformista, nella quale potremo denunciare in una maratona oratoria il pericolo rappresentato dal regime iraniano per la stabilità e la sicurezza internazionale.
L’Iran di Ahmadinejad è un paese che sta perseguendo al di fuori della legalità internazionale un programma di sviluppo del nucleare per scopi bellici contemporanemante allo sviluppo di missili basilistici di lunga gittata.
L’Iran esporta terrore nell’intera regione del Medio Oriente con il sostegno economico, logistico e militare ad Hezbollah in Libano, ad Hamas nella striscia di Gaza, all’armata del Mahdi di Moqtada al Sadr in Iraq.
Nella regione occidentale dell’Afghanistan dove sono impegnati i militari italiani, giungono quasi quotidianamente notizie di un crescente sostegno iraniano ad alcune formazioni talebane operanti nella zona.
L’Iran è stato uno dei più fieri oppositori alle Nazioni Unite della Risoluzione per la Moratoria Universale sulla Pena di morte promossa lo scorso dicembre dall’italia e in iran dal giorno in cui è stata votata la moratoria sono proseguito a ritmo incessante decine di esecuzioni sommarie di giornalisti, oppositori, omosessuali, esponenti delle minoranze etniche e religiose.
In Iran vengono violato in modo massiccio i più fondamentali diritti umani e la tortura è uno strumento praticato in tutte le carcei del paese.
Infine l’Iran, ancora oggi per bocca del suo Presidente, ha ripetutamente rivolto appelli per “cancellare Israele dalla carta geografica”, ha in decine di occasioni pubbliche negato la Shoah, e ha fatto di una costante retorica antisemita il proprio tratto distintivo.
Per tutti questi motivi Mahmoud Ahmadinejad è da considerarsi una persona non grata nel nostro paese.
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| Link | Scritto alle 19:02 da Gianni Vernetti
Una buona analisi del voto…..
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| Link | Scritto alle 22:27 da Gianni Vernetti
Continua la repressione in Cina: condanna del dissidente Hu Jia e 8 nuovi monaci uccisi nel Sichuan

Nonostante gli appelli della comunità internazionale nella Repubblica Popolare Cinese continuano i soprusi, le violenze, la repressioni, le uccisioni.
L’altro ieri il disidente cinese Hu Jia è stao condannato a 3 anni e mezzo di carcere per “istigazione a sovvertire i poteri dello stato”. La sua unica colpa è quella di avere scritto articoli (come questo ripubblicato ieri dal Washington Post) sui diritti umani negati in Cina, criticato l’abnorme uso della pena di morte, pubblicato elenchi di dissidenti incarcerati spesso torturati e picchiati fino alla morte. Ha denunciato la repressione in Tibet, l’assenza di libertà religiosa in tutto il paese, denunciando gli arresti di religiosi cattolici colpevoli di avere pubblicato copie della Bibbia. Ha alzato la sua voce per la libertà di stampa ricordando che la Cina detiene il record di giornalisti, blogger e scrittori incarcerati. Ha denunciato la terribile situazione delle carceri cinesi e dei campi di lavoro dove ogni anno muoiono centinaia di detenuti per le torture e le violenze subite. ha denunciato il sotegno che Cina offre al regime sudanese responsabile del genocidio in Darfur.
Ha fatto ciò che milioni di giovani, media, organizzazioni governative e anche governi del mondo democratico fanno tutti i giorni: esprimere liberamente la propria opinione.
Da quasi un anno era agli arresti domiciliari insieme alla moglie Zeng Jinyan ed alla figlia di 5 mesi, oramai considerata la più giovane detenuta politica in Cina.Lo stesso giorno nella provincia del Sichuan alcune centinaia di militari cinesi sono entrati nel tempio di Tongkor per compiere una perquisizione: dopo aver trovato alcuni ritratti del Dalai lama hanno arrestato diversi monaci. Gli arresti hanno provovocato la reazione della popolazione che ha promosso una manifestazione per chiedere la loro libertà. Le forze di polizia hanno aperto il fuoco uccidendo diversi monaci e civili (fra gli 8 e gli 11 secondo Radio Free Asia).
Dopo le rivolte di questo mese oltre 2.300 tibetani sono rinchiusi nelle carceri cinesi e 1000 verranno processati entro la fine del mese. Molti rischiano la pena di morte a soli pochi mesi dal voto della Risoluzione, promossa dall’Italia, sulla Moratoria Universale della Pena di Morte.
Nulla di quanto richiesto dall’Italia, dall’Europa e da tutta la comunità internazionale è accaduto: le violenze continuano, i diritti umani sono quotidianamente calpestati, non è stato aperto nessun canale di dialogo con il Dalai Lama.
La Repubblica Popolare Cinese è ancora in tempo a cambiare rotta.
Se ciò non accadrà ritengo inevitabile che i leader dei paesi democratici dovranno disertare la Cerimonia di Apertura delle Olimpiadi il prossimo 8 agosto.
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| Link | Scritto alle 17:10 da Gianni Vernetti
Gianni Vernetti risponde
Elezioni Politiche 13-14 aprile.
Un’Italia nuova, adesso si può fare.
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| Link | Scritto alle 16:17 da Gianni Vernetti


